XLVIII Capitolo Generale - giorno 11

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frontespizio 11

Caro Gerardo,

comincio a battere la fiacca. Me ne rendo conto e te ne chiedo scusa. Il fatto è che non riesco a conquistare del tempo disteso per redigere queste righe. Lo rubo dunque alle pause tra una sessione e l'altra, mentre i miei confratelli planano sul buffet.
 
A proposito: vado ad acchiappare un sacchettino di pistacchi prima che scompaiano. Torno subito.
 
Olé, ne ho presi DUE! Confesso pubblicamente un grave peccato di gola: sgranocchio pistacchi di sera, A LETTO! In effetti dovrei smetterla, anche perché durante la notte finisco su qualche guscio mentre mi giro...
Lo so, lo so: non c'è limite al peggio. 
 
Vengo alla giornata di ieri, domenica 30 gennaio. Covid o non covid (ci sono tre padri ancora relegati in camera, a patire una 40ena che è molto vicina a una forma di tortura) usciamo dalle mura di "Casa Lago". Avevano anticipato, la sera precedente, che si sarebbe trattato di un bel giro. E, posso già anticiparvelo, così è stato.  Andiamo a visitare Tlaxcala (ho imparato a scrivere il nome della città, finalmente), il primo insediamento spagnolo in Messico e luogo celebrato in tutta la nazione per le sue bellezze architettoniche e pittoriche: la Cattedrale, la Plaza de toros, il Palazzo del Governo - i cui interni sono stati affrescati con murales straordinari) e il centro storico di linee architettoniche coloniali ancora ben custodite.
 
I VIP cercano di rimediare all'atto di smaccato classismo della domenica precedente, quando erano partiti con il pullman "A" in perfetto orario, alle 7.00, mentre a noi peones era toccato d'aspettare il secondo automezzo per un'ora e mezza. Lo stratagemma usato? Noi peones potremo salire, questa volta, sul pullman "A", mentre i VIP saliranno sul "B": GRANDISSIMO atto di magnanimità. (no comment).
 
Bene. Siamo tutti vestiti "a cipolla": all'alba la temperatura dell'aria è rigida (5 - 6 gradi sopra lo zero), ma nel corso della giornata - ormai l'abbiamo imparato - il sole dei 2000 metri e oltre di altitudine inizierà a mordere e farà salire la temperatura fino a sfiorare i 30 gradi.
 
I pullman partono puntuali. Peones e VIP in carovana, finalmente. La prima destinazione della giornata è il Collegio "Fray Pedro De Gante", un nostro Istituto scolastico sito in Apizaco, cittadina che si trova sulla strada per Puebla. Lungo il tragitto di nuovo la compagnia dei boschi d'altitudine e del profilo dei maestosi vulcani che dominano sull'altopiano. Questa volta l'autista ci distrae con la trasmissione di un vecchio film messicano degli anni '60 (forse anche più antico): "Padrecito". Storia di un cambio di parroco in parrocchia e dell'inevitabile braccio di ferro tra il vecchio e il nuovo "cura".
 
Sì, dai, si lasciava vedere. Al ritorno, poi, ci terrà compagnia il sempreverde "Ratatouille" della Pixar. Fantastico lo spagnolo dello chef Gousteau con l'accento francese. Vero è che gli spagnoli direbbero lo stesso dell'italiano con accento francese.... Meglio chiudere la discussione.
 
Giungiamo ad Apizaco alle 10. Bello, nel frattempo, dal finestrino del pullman, osservare le strade della città brulicanti di gente del posto che si dedica alla passeggiata domenicale: volti "indi", meticci, un'umanità variopinta e diversa, un microcosmo di botteghe a non finire, di cibo di strada, di venditori ambulanti. I cappelli da rancheros, i jeans troppo stretti delle donne, giovani e meno giovani, i ventri prominenti dei maschi, gli adolescenti sottili come stiletti, i bambini piccoli piccoli con gli occhi neri come gocce di petrolio. Colpiscono poi gli agglomerati urbani, così vasti: una ragnatela infinita di abitazioni monofamiliari, dalla pianta infinitesimale per gli standard europei, dove ogni nucleo umano marca fieramente il proprio territorio attraverso i colori delle facciate - i più improbabili - e i materiali più diversi. 
 
Ovunque sbarre, portoni sbarrati, telecamere, filo spinato, cocci di vetro: la casa racconta molto della vita di un luogo. Ti dice, per esempio, che c'è paura; che c'è individualismo, orgoglio e desiderio di riconoscimento; che vi sono smaccate divisioni di classi sociali in virtù del censo; che c'è venerazione per le automobili e per le motociclette, poiché all'ingresso di ogni abitazione non manca mai lo spazio per il "coche" di famiglia.
 
Devo uscire dall'incanto perché è il momento di scendere. La Comunità del Collegio dei Padri Scolopi di Apizaco ci accoglie. E, ragazzi, sono fuochi d'artificio. Ecco, se dovessi rendere l'idea del "sabor" di questa domenica 30 gennaio 2022, direi: una lunga batteria di fuochi d'artificio.
Si comincia con un comitato d'accoglienza delizioso, fatto di bimbi e di ragazzi vestiti con la divisa della scuola. Il comitato è anche un cordone che conduce in una precisa direzione. Superiamo l'edificio scolastico che fa da perimetro e raggiungiamo un quadrilatero immenso, tutto in erba, dove campeggia a grandi lettere il nome della città e dove un magnifico figurante, in sgargiante abito azteco, si offre a tutti noi per una foto-ricordo. La tentazione è irresistibile, ma si tratta di una deviazione. Il bersaglio, infatti, è una tensostruttura dove la Comunità educante dell'istituto (religiosi, docenti e membri della Fraternità) ha apparecchiato per noi un rinfresco. Rimarchevoli le macedonie a base di frutta fresca (abbiate pazienza ma di cibo devo sempre riferirvi), dove l'ananas la fa da padrone. 
 
In effetti ci buttiamo su frutta e dolci senza farcelo ripetere. 
 
Ma bisogna correre, l'agenda della giornata prevede che si celebri la S. Messa. Ci vestiamo ed entriamo nel grande auditorium il cui palcoscenico è stato arredato per la circostanza e addobbato da bellissime decorazioni floreali. Un folto gruppo di scolarette, accompagnate da chitarre, basso e batteria (fantastico il bimbetto alla strumento: i tamburi sono più grossi di lui!) forma il coro che anima la celebrazione. Presiede il confratello direttore dell'Istituto. Bello il suo intervento. E, come sempre, efficacissimo il p. Generale in occasione del discorso finale. Emozionante il momento nel quale invita i giovani seminaristi del Messico ad alzarsi dal loro posto, chiamandoli per nome uno per uno: tutti bei giovani, dai volti intelligenti e dal sorriso facile. Uno di loro, più tardi, darà la propria testimonianza. E un altro, con il quale scambio qualche parola, mi risponde in ottimo italiano. Gli chiedo come e dove l'abbia studiato. Beh, mi fa cadere la mandibola: ha usato i mesi del lockdown da pandemia per apprenderlo, attingendo dal web. Grande!
 
Dopo la s. Messa la Comunità scolastica offre una presentazione di sé e del proprio cammino di fede e di educazione attraverso la testimonianza di studenti  e di docenti. Graziose anche le danze tradizionali eseguite dai piccoli. Da brividi l'assolo di tromba, strumento che interveniva dal fondo della sala e che ci ha zittiti tutti. 
Prima raffica di fuochi d'artificio spettacolare, non c'è che dire. Ultimi abbracci, ultime foto con il guerriero piumato e di nuovo a bordo. Come da programma, dobbiamo spostarci presso un altro Istituto scolastico, il "José Maria Morelos", sito in Tlaxcala e inaugurato dai Padri Scolopi nel 1958. Eccellente scuola, tra le migliori dello stato secondo i parametri nazionali. E' diviso in due comprensori: in quello che andiamo a raggiungere, il Campus Chiautempan, studiano i piccoli fino alle superiori; il secondo (Campus Ocotlàn) ci ospiterà tra poco per il pranzo ed è sede di studi superiori. Qui si preparano i ragazzi che puntano ad accedere all'università.
 
Anche a Chiautempan il comitato di ricevimento si distingue. Deliziose le bimbe che espongono cartelli di benvenuto preparati da loro stesse. Anche presso questo istituto, posto all'interno della città, dominano i grandi spazi a disposizione degli studenti e i colori bianco e azzurro, tinte proprie delle scuole Pie del Messico. E anche qui, al riparo di una tensostruttura, la Comunità educante porge la propria testimonianza. Parlano docenti, allievi grandi e piccoli, membri della fraternità e un bravo seminarista. Infine un bel canto dedicato al Calasanzio, composto da un nostro bravo religioso del luogo e VIA!, di nuovo a bordo per raggiungere il Campus di Otoclàn, posto in collina. Interessante notare, lungo il tragitto, come cambi la foggia delle case. Avviene proprio come in Italia, dove capiamo tutti immediatamente che significhi l'espressione "quartieri alti". Le case, a mano a mano che il pullman risale il pendio, si fanno sempre più belle e sempre più blindate. Alla nostra destra si staglia la silhouette di un vulcano dalla forma di cono perfetto. Una vista magnifica, che mi ricorda il nostro vesuvio.
Arrivati. Altro campo di "futbòl" un poco bitorzoluto, ma anche un campo in erba sintetica che luccica come uno smeraldo. Nell'enorme capannone che fa sia da palestra che da auditorium è stato apparecchiato un pranzo sontuoso. Roba da tapparsi le orecchie, tanto sono diventati fragorosi i fuochi d'artificio. Se volevano darci un simpatico schiaffetto, della serie: "E adesso provate a fare come noi, se ne siete capaci", devo ammettere che ci sono riusciti.
 
Tanto per cominciare, i tavoli. Anche a Otoclàn, coe a Puebla, allestimento e menu sono stati affidati a un catering di qualità. Simpatico per tutti noi mescolarci a ospiti di diversa provenienza: membri della Comunità educante, seminaristi, collaboratori e soprattutto signore e signori facenti parte delle Fraternidades calasanziane presenti in Messico. Sono diventati i nostri compagni di viaggio per l'arco dell'intera giornata; tra poco saranno alcuni di loro ad accompagnarci nella visita a Tlaxcala.
 
In secondo luogo, i mariachi. I Mariachi! Un gruppo di dodici elementi: trombe, chitarre, chitarrone e violini. Grandissimi.
 
In terzo luogo la scuola di danze tradizionali dello Stato di Tlaxcala. Dai danzatori più piccoli ai giovani ci vengono raccontati, a passo di danza e attraverso la voce fuori-campo di un narratore, costumi, tradizioni, artigianato e passaggi storici salienti di questo popolo. Bellissimo! Sono steso. A proposito: vorrei stendermi sullo splendido tappeto di polveri multicolori disposto all'ingresso della sala e che rappresenta il simbolo di di questo Capitolo generale. Mi ricorda le infiorate che nelle cittadine dei Castelli Romani si dispongono lungo la strada in occasione del Corpus Domini. E' tutto travolgente. E' tutto così... così... MEXICANO!
 
A proposito di balli. Devo inchinarmi al principe senegalese, signore di questa giornata: p. Martin Badiane, al cui desco avevo l'occasione di sedere in occasione del pranzo. Sapete che è accaduto? A un certo punto, nel corpo di ballo che eseguiva una bella danza tipica del carnevale indigeno, abbiamo notato che a una delle dame mancava il cavaliere. Gli occhi di Martin si sono fatti sottili come quelli di un leone della savana. Meno male che aveva già mangiato! Mi sussurra: "In Senegal balli come questo sono solo un antipastino. Guarda: manca un ballerino". Non faccio in tempo ad annuire che il felino è già partito. La sbranerà, come nei documentari della BBC? No. Martin si mette al fianco della giovane ballerina e attacca a ballare. Meraviglioso: come osserva replica già i passi, con ottima coordinazione. Fantastica anche la coppia, così curiosamente assortita: il gigante e la bambina. 
 
Intanto, presso un altro tavolo, gli ungheresi fremono. Stavolta gli italiani hanno giocato il loro ASSO.  E non c'è storia. 
 
E' l'apoteosi. Applausi e "hola" a non finire. Gli occhi delle altre ballerine baluginano d'invidia per la collega. Non è sempre un male essere la sventurata gazzella.
Si sono fatte le 16. Il tempo è tiranno. Di nuovo a bordo, un poco paonazzi per la tequila, le cinture dei pantaloni allentate di un buco.
Facciamo due buchi.
 
Alle 16.30 raggiungiamo il centro della città, scortati dalle motociclette della "policia" che ci segue premurosa. Ci attende la visita, divisi in tre gruppi.
 
Per la prima volta in vita mia ho visitato una Plaza de Toros. Quella di Tlaxcala è della fine del '700 ed è una delle più antiche e belle. E' dominata dalla torre campanaria dell'adiacente convento francescano, vecchia di cinque secoli. Che spasso: corna dappertutto, naturalmente. Nelle foto di gruppo, nelle "cariche" che i confratelli simulano uno contro l'altro.... Gli allegri Scolopi si esibiscono come matadores o banderilleros. E nessuno che voglia fare il toro, of course.
 
Fuori tutti. Come da programma ci dirigiamo verso la cattedrale. Monumento di una bellezza, di una ricchezza artistica, teologica e culturale e di un valore storico straordinari. Non posso attardarmi, ma vi assicuro che lì c'è tutta la sintesi epica e controversa della vicenda storica della "Conquista" con i suoi protagonisti: i re indigeni, Cortes con i suoi conquistadores e i misioneros francescani.
Il tutto replicato, stavolta in forma laica, nel Palazzo del Governo. Che merita che vi si faccia capolino. Avevo sentito parlare di murales al riguardo e pensavo: "E che saranno mai per dedicarvi una visita?". Povero ignorantello che non sono altro. Un artista locale, il pittore Desiderio Hernàndez (preparatevi:) Xochitiotzin, ha narrato sui muri del cortile interno, coi propri pennelli e con una pazienza infinita - ci ha messo nove anni! - la storia indigena preispanica, le fasi della Conquista e la storia moderna del Messico. Da impazzire. Ho fotografato anche le crepe sui muri.
 
Basta, fine del giro. Sono le 18, ci aspetta un viaggio di due ore e più e io sono ubriaco non di tequila, ma di immagini stupende. Il tablet scotta tra le mani, tanto l'ho adoperato per immortalare dettagli.
 
Sono soddisfatto. Oggi, finalmente, "Messico e nuvole" a volontà.
 
E una sorpresa finale. Vengo presentato a un anziano religioso, p. Raphael, che è sbucato dal nulla e che ci accompagnato per un tratto della visita. Mi spiegano che è originario di Cuba e che, fuggito dall'isola, si è stabilito in Messico tanti anni fa. E' un anziano bellissimo, coi capelli bianchi, gli occhiali cerchiati d'oro e la carnagione del colore dello zucchero di canna. Lo osservo e vengo subito rapito: mi sembra di contemplare la Cuba dei tempi di Trujillo, dei coche dei gringos, dei casinò per i "signori" e della "Revolucion". Gli stringo la mano, ammirato.
Resoconto troppo lungo. Vi chiedo scusa. E vi chiedo scusa anche per i refusi.
 
Vado a sgranocchiare qualche pistacchio. Per favore, non dite in giro che me li mangio a letto.
 
Un abrazo y hasta luego

a

Pubblicato in XLVIII CAPITOLO

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