XLVIII CAPITOLO

XLVIII Capitolo Generale - giorno 13

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 frontespizio 13

P. Carlos Fraqgoso Arce, Messico 

Caro Gerardo,

si leva il sole messicano su una nuova giornata muy trabajadora. Ce la siamo voluta: nel momento in cui abbiamo chiesto al nostro p. Generale di abbracciare un terzo mandato (vanno di moda i bis e pure i tris. Vero, Presidente Mattarella?) sapevamo che si sarebbe immediatamente messo al tamburo e che a noi, poveri rematori, avrebbe imposto un ritmo infernale.
Consueta levataccia alle 6.15. Preparativi e poi in chiesa. Lungo il tragitto un pit-stop alla macchina del caffè. Schiaccio il bottone "espresso" rassegnato per il fatto che, al di là del nome promettente, sempre ciofeca eroga. Ingurgito e proseguo.
Oggi presiedono i bravi padri della Slovacchia. A noi menestrelli italiani è stato affidato il compito di animare la S. Messa. Stefano e io siamo quasi pronti per il "Sanremo cristiano". Sapete? Avete letto? In parallelo con il festival della canzone italiana (che è una fiera degli orrori. Ogni anno è peggio. Ho letto che ieri sera, primo giorno della kermesse, il buon Lauro s'è battezzato da solo) si tiene il festival della canzone cristiana. Una buona idea. Spero che i brani siano altrettanto buoni.
Il bravo e colto p. Juraj, Provinciale della demarcazione, tiene l'omelia in corretto italiano. Gli uomini dell'Est Europa hanno talento per le lingue, c'è poco da fare.
MATTINO
Colazione messicana (sfida per gli stomaci delicati) e via! Liberi e belli, tutti ai ceppi dell'aula capitolare.
Gli atti iniziali consueti: preghiera, lettura del verbale delle sessioni del giorno precedente, approvazione dello stesso. E il sommario della giornata, indicato dal p. Generale.
Il programma dei lavori prevede che intervenga l'amico e confratello p. Roberto Dalusung, giovane trentenne filippino invitato dal p. Generale affinché, in sede di Capitolo, dia a tutti relazione della sua missione esplorativa nei Paesi del Sud-Est asiatico. E' simpatico, Roberto: ci diamo a ogni pié sospinto del "Magrone" e del "Dalusung", come due spadaccini che si preparano al duello. E sediamo a fianco al tavolo in sala da pranzo, raccontandoci in inglese i fatti nostri.
Buffa la tavola a cui siedo. Di fronte a me, al tavolo di forma circolare, siede il poliglotta Jozséf, l'ungherese Viceré dell'India. A lui piace da matti il gesticolare italiano: la nostra mimica, così espressiva, è una sua fissa. Per cui mi tocca, a ogni santo pasto, mostrargli ora questo ora quel gesto descrivendone il significato. 
Attento, Jozsef: per educazione non ti ho ancora mostrato come gli italiani mandano la gente a quel paese....
Vi dicevo di Roberto e della sua relazione. In pratica sembrava di ascoltare capitoli de "Il giro del mondo in ottanta giorni" di Jules Verne.
A Roberto e ad altri giovani religiosi asiatici - uno staff di quattro avventurieri - era stato affidato dalla Curia generalizia l'incarico di esplorare, per inaugurare future missioni, in sequenza: Myanmar, Cambogia, Thailandia, Malesia, Laos, Vietnam, Filippine, Giappone, Formosa e Corea del Sud. Un giretto, insomma, giusto quattro passi.
Un racconto vertiginoso fatto di viaggi aerei, contatti con vescovi, trasferte su precari pulmini, campagne, famiglie, governi ostili, spie, frontiere, lingue incomprensibili, comunità cristiane, preti, missioni, foreste, megalopoli. Mancavano solo le tigri. Grande Roberto: grande fede in Dio (perché c'erano pericoli seri, specialmente in Paesi di matrice comunista o stretti nella morsa di regimi militari), grande preparazione e grande spirito d'adattamento.
La mattina è stata dedicata, attraverso le parole e le immagini, a questo viaggio affascinante. Il super-gigante asiatico è veramente, come dice da tempo il P. Generale, la frontiera dell'Ordine. Ma che dico? La frontiera del mondo! E del cristianesimo.
Ci si ferma per il pranzo, sempre molto gustoso. Devo proporre la chef come "Madre Generale".
Dopo il pasto postura da "pannello solare": assorbire raggi del sole prima di scendere di nuovo in coperta e mettere mano al remo.
POMERIGGIO
Dai, mi sbrigo, non sbuffate.
Si riprende a masticare il lavoro fatto dalle commissioni che hanno riveduto i documenti capitolari.
E, in occasione dell'ultima sessione della giornata, come da programma sale sullo scranno della presidenza p. Christian Ehemba, Provinciale dell'Africa dell'Ovest, che racconta della Missione in Burkina Faso (ex Alto volta). Il Burkina è un altro Paese immenso e dolente, che soffre anch'esso, come tanti altri Paesi che abbiamo raggiunto, per la povertà, lo sfruttamento, le guerre regionali, i regimi, la corruzione, l'analfabetismo, la condizione della donna e per tanto altro ancora. Tanto per non farsi mancare nulla, ci si è messo anche lo Jihadismo più vile e sanguinario.
P. Christian porge dati, foto, speranze. Gli Scolopi hanno già eretto una scuola materna (con l'aiuto di noi confratelli italiani) e desiderano edificare tanto altro con lo scopo di dare istruzione e quindi lavoro, dignità e libertà.
Perché alla fine di questo si tratta. L'intuizione geniale di San Giuseppe Calasanzio è stata quella di offrire a chi non li aveva, cioè i poveri, gli strumenti e gli itinerari per diventare donne e uomini liberi e consapevoli della propria dignità.
Ditelo, tra gli altri, agli amici del FAGAM (un nuovo acronimo che ho scoperto giusto ieri: sta per Facebook/Amazon/Google/Apple/Microsoft). 
Ho finito.
Vespri, cena e, per tutti i religiosi europei, un incontro con la Congregazione generale. La quale, premurosa, desidera sapere se i padri capitolari abbiano qualche idea particolare a riguardo dell'immediato futuro della loro affaticata e miscredente Europa.
Stop alle 22. I miei amici Scolopi si dirigono speranzosi verso il bancone-bar, come naufraghi che hanno avvistato un canotto di salvataggio. Qualcuno mi sussurra all'orecchio che la tequila concilia il sonno. Mah, excusatio non petita....
Faccio finta di crederci. Concilierà pure il sonno ma sento risate sempre più fragorose fino a mezzanotte.
Buenas noches y hasta luego.

a

 

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XLVIII Capitolo Generale - giorno 12

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 frontespizio 12

 

 Caro Gerardo, 

ti racconto dell'undicesimo giorno di Capitolo, giorno particolare ed eletto. Ieri, infatti, abbiamo goduto di una felice coincidenza: proprio nel corso del Capitolo è venuto a cadere il 400° anniversario dell'approvazione - da parte del pontefice dell'epoca - delle Costituzioni redatte nel "buen retiro" di Narni da parte del fondatore dell'Ordine, Giuseppe Calasanzio.
Non pensate male: non si è trattato dell'ennesima occasione per gozzovigliare. Si è trattato invece di una Festa di Famiglia, che ci ha visti celebrare e lavorare insieme. 
MATTINA
Fa meno freddo. E questo è già molto. 
Anche i pinguini non bivaccano più in chiesa. In compenso c'è un micio indigeno che miagola furioso perché vuole da mangiare. Ogni mattina, infallibilmente, alle 7.15 attacca a brontolare nel suo idioma e ci dà dei taccagni mentre entriamo in chiesa. Devo ricordarmi di tenere da parte qualcosa.
Celebriamo solennemente. Presiede il Vescovo della Diocesi, mons. Gonzàles Ramos, affiancato dal p. Generale e dai religiosi che provengono dall'Argentina. Uno di loro, p. Ernesto, mi ha raccontato che le sue radici sono in Piemonte: proprio come Papa Francesco! Insieme con lui e con Stefano animiamo i canti.
Segue la solita colazione pantagruelica (almeno per i miei standard di italianuzzo caffè & cornetto. Ma sì, anche uno yogurt) e, alle 9.15, tutti in sala capitolare.
Si procede come d'abitudine. Il presidente dell'assemblea apre con la preghiera e il segretario legge il verbale delle sessioni del sabato precedente. Approviamo. La Provincia d'Argentina fa a tutti i capitolari il dono di una stampa che è cara al nostro Ordine: un'incisione che rappresenta il Calvario e che SGC custodiva nella propria camera in S. Pantaleo.
Il p. Generale detta il ritmo della giornata: intenso come sempre.
Ok, si parte. Dedichiamo la mattina alla presentazione del lavoro di revisione dei documenti capitolari effettuato dalle commissioni incaricate. Dopo le relazioni, domande e interventi "a manetta".
Si arriva all'ora di pranzo. Come sempre mi riprometto di contenermi - la cintura mi accusa senza risparmio - ma la chef è veramente diabolica: come si fa a non assaggiare i suoi piatti?
"Assaggiare": che ipocrita sono!
POMERIGGIO
Ci siamo dati appuntamento, alle 14, all'ingresso di "Casa Lago". Abbiamo una visita di gruppo da compiere, infatti. Destinazione: il monastero benedettino di Tepeyac, complesso che confina con il nostro e che è popolato da 24 monaci. Tra loro Frey Gabriel Chàvez De La Mora, religioso 92enne e straordinario artista e architetto. Il monastero è creazione sua. Casa lago pure. La Basilica della Madonna di Guadalupe è sua! Sono suoi gli arredamenti del monastero, gli infissi, i colori dei muri, i materiali, le luci, le sculture, i dipinti, i portavaso.... Un artista olistico e onnivoro, accidenti! Un vero artigiano-artista secondo l'esempio offerto dai grandi geni del Medioevo e del Rinascimento. Per cui andiamo a respirare arte, creatività, afflato spirituale  e visione di Dio.
Bello. Interessante. Curioso il dominio assoluto della forma geometrica del quadrato. Quell'uomo cerca la simmetria: desidera e vuole la simmetria e l'essenzialità. Questa è la sua sintesi, espressa artisticamente con coerenza assoluta.
Ci guida, nel corso della visita un confratello spagnolo, p. Alberto Azcona. Una volta rientrati in sede è ancora lui a presentare, come da programma, le opere d'arte che hanno come denominatore comune il Calasanzio e le Scuole Pie e che arredano la casa che ci ospita, contribuendo a farne "casa nostra". L'idea di fondo, che apprezzo, è che la bellezza  - nella sua forma di opera artistica - vada resa fruibile. Sempre. In fin dei conti è una delle firme di Dio nel mondo così come nel cuore degli uomini.
Il suo racconto da cultore d'arte è accompagnato dal dono di disegni della Casa-madre di San Pantaleo, in Roma, da lui stesso preparati.
Arriviamo all'ultima sessione della giornata: p. Jesùs Elizari, Provinciale di Emmaus (sintesi territoriale di alcune ex-Province spagnole) e, a mio parere, uomo che sembra Bruce Willis "versione non violenta", ci racconta, attraverso parole e immagini, della missione aperta nel 2016 in Mozambico. Altra storia bellissima, avventurosa e piena d'amore per i più piccoli. La Chiesa che segue l'invito di Cristo a portare il Vangelo in tutta la Terra è la dimostrazione tangibile che non tutto è perduto. E che l'unico che meriti d'essere preso sul serio, per vivere un'esistenza bella, è proprio Gesù Cristo.
Basta coi sermoni.
La giornata va terminando. Prima della cena, un solenne atto di preghiera comune: l'adorazione eucaristica e il personale ringraziamento dei capitolari per la vocazione ricevuta in dono. 
Dopodiché si torna sulla dura Terra. "Dura" si fa per dire: si pasteggia a calice di moscato e mousse al cioccolato. La chef veglia su di noi con sguardo insieme materno e perfido. La taglia dei nostri pantaloni aumenta a vista d'occhio, diavolo d'una chef.
Sono le due e mezza, ora italiana; le 21.30 qui. Mentre una selezione accurata di confratelli chiude la giornata con il cicchetto di tequila stemperato dal lime, io mi dirigo verso i miei appartamenti: triste astemio quale sono, non merito di entrare a far parte della schiera degli eletti. Ci sto pensando, però. Prima della fine del Capitolo dovrò provare questa benedetta tequila.
Ci dormo su.
Hasta luego.

a

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XLVIII Capitolo Generale - giorno 11

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frontespizio 11

Caro Gerardo,

comincio a battere la fiacca. Me ne rendo conto e te ne chiedo scusa. Il fatto è che non riesco a conquistare del tempo disteso per redigere queste righe. Lo rubo dunque alle pause tra una sessione e l'altra, mentre i miei confratelli planano sul buffet.
 
A proposito: vado ad acchiappare un sacchettino di pistacchi prima che scompaiano. Torno subito.
 
Olé, ne ho presi DUE! Confesso pubblicamente un grave peccato di gola: sgranocchio pistacchi di sera, A LETTO! In effetti dovrei smetterla, anche perché durante la notte finisco su qualche guscio mentre mi giro...
Lo so, lo so: non c'è limite al peggio. 
 
Vengo alla giornata di ieri, domenica 30 gennaio. Covid o non covid (ci sono tre padri ancora relegati in camera, a patire una 40ena che è molto vicina a una forma di tortura) usciamo dalle mura di "Casa Lago". Avevano anticipato, la sera precedente, che si sarebbe trattato di un bel giro. E, posso già anticiparvelo, così è stato.  Andiamo a visitare Tlaxcala (ho imparato a scrivere il nome della città, finalmente), il primo insediamento spagnolo in Messico e luogo celebrato in tutta la nazione per le sue bellezze architettoniche e pittoriche: la Cattedrale, la Plaza de toros, il Palazzo del Governo - i cui interni sono stati affrescati con murales straordinari) e il centro storico di linee architettoniche coloniali ancora ben custodite.
 
I VIP cercano di rimediare all'atto di smaccato classismo della domenica precedente, quando erano partiti con il pullman "A" in perfetto orario, alle 7.00, mentre a noi peones era toccato d'aspettare il secondo automezzo per un'ora e mezza. Lo stratagemma usato? Noi peones potremo salire, questa volta, sul pullman "A", mentre i VIP saliranno sul "B": GRANDISSIMO atto di magnanimità. (no comment).
 
Bene. Siamo tutti vestiti "a cipolla": all'alba la temperatura dell'aria è rigida (5 - 6 gradi sopra lo zero), ma nel corso della giornata - ormai l'abbiamo imparato - il sole dei 2000 metri e oltre di altitudine inizierà a mordere e farà salire la temperatura fino a sfiorare i 30 gradi.
 
I pullman partono puntuali. Peones e VIP in carovana, finalmente. La prima destinazione della giornata è il Collegio "Fray Pedro De Gante", un nostro Istituto scolastico sito in Apizaco, cittadina che si trova sulla strada per Puebla. Lungo il tragitto di nuovo la compagnia dei boschi d'altitudine e del profilo dei maestosi vulcani che dominano sull'altopiano. Questa volta l'autista ci distrae con la trasmissione di un vecchio film messicano degli anni '60 (forse anche più antico): "Padrecito". Storia di un cambio di parroco in parrocchia e dell'inevitabile braccio di ferro tra il vecchio e il nuovo "cura".
 
Sì, dai, si lasciava vedere. Al ritorno, poi, ci terrà compagnia il sempreverde "Ratatouille" della Pixar. Fantastico lo spagnolo dello chef Gousteau con l'accento francese. Vero è che gli spagnoli direbbero lo stesso dell'italiano con accento francese.... Meglio chiudere la discussione.
 
Giungiamo ad Apizaco alle 10. Bello, nel frattempo, dal finestrino del pullman, osservare le strade della città brulicanti di gente del posto che si dedica alla passeggiata domenicale: volti "indi", meticci, un'umanità variopinta e diversa, un microcosmo di botteghe a non finire, di cibo di strada, di venditori ambulanti. I cappelli da rancheros, i jeans troppo stretti delle donne, giovani e meno giovani, i ventri prominenti dei maschi, gli adolescenti sottili come stiletti, i bambini piccoli piccoli con gli occhi neri come gocce di petrolio. Colpiscono poi gli agglomerati urbani, così vasti: una ragnatela infinita di abitazioni monofamiliari, dalla pianta infinitesimale per gli standard europei, dove ogni nucleo umano marca fieramente il proprio territorio attraverso i colori delle facciate - i più improbabili - e i materiali più diversi. 
 
Ovunque sbarre, portoni sbarrati, telecamere, filo spinato, cocci di vetro: la casa racconta molto della vita di un luogo. Ti dice, per esempio, che c'è paura; che c'è individualismo, orgoglio e desiderio di riconoscimento; che vi sono smaccate divisioni di classi sociali in virtù del censo; che c'è venerazione per le automobili e per le motociclette, poiché all'ingresso di ogni abitazione non manca mai lo spazio per il "coche" di famiglia.
 
Devo uscire dall'incanto perché è il momento di scendere. La Comunità del Collegio dei Padri Scolopi di Apizaco ci accoglie. E, ragazzi, sono fuochi d'artificio. Ecco, se dovessi rendere l'idea del "sabor" di questa domenica 30 gennaio 2022, direi: una lunga batteria di fuochi d'artificio.
Si comincia con un comitato d'accoglienza delizioso, fatto di bimbi e di ragazzi vestiti con la divisa della scuola. Il comitato è anche un cordone che conduce in una precisa direzione. Superiamo l'edificio scolastico che fa da perimetro e raggiungiamo un quadrilatero immenso, tutto in erba, dove campeggia a grandi lettere il nome della città e dove un magnifico figurante, in sgargiante abito azteco, si offre a tutti noi per una foto-ricordo. La tentazione è irresistibile, ma si tratta di una deviazione. Il bersaglio, infatti, è una tensostruttura dove la Comunità educante dell'istituto (religiosi, docenti e membri della Fraternità) ha apparecchiato per noi un rinfresco. Rimarchevoli le macedonie a base di frutta fresca (abbiate pazienza ma di cibo devo sempre riferirvi), dove l'ananas la fa da padrone. 
 
In effetti ci buttiamo su frutta e dolci senza farcelo ripetere. 
 
Ma bisogna correre, l'agenda della giornata prevede che si celebri la S. Messa. Ci vestiamo ed entriamo nel grande auditorium il cui palcoscenico è stato arredato per la circostanza e addobbato da bellissime decorazioni floreali. Un folto gruppo di scolarette, accompagnate da chitarre, basso e batteria (fantastico il bimbetto alla strumento: i tamburi sono più grossi di lui!) forma il coro che anima la celebrazione. Presiede il confratello direttore dell'Istituto. Bello il suo intervento. E, come sempre, efficacissimo il p. Generale in occasione del discorso finale. Emozionante il momento nel quale invita i giovani seminaristi del Messico ad alzarsi dal loro posto, chiamandoli per nome uno per uno: tutti bei giovani, dai volti intelligenti e dal sorriso facile. Uno di loro, più tardi, darà la propria testimonianza. E un altro, con il quale scambio qualche parola, mi risponde in ottimo italiano. Gli chiedo come e dove l'abbia studiato. Beh, mi fa cadere la mandibola: ha usato i mesi del lockdown da pandemia per apprenderlo, attingendo dal web. Grande!
 
Dopo la s. Messa la Comunità scolastica offre una presentazione di sé e del proprio cammino di fede e di educazione attraverso la testimonianza di studenti  e di docenti. Graziose anche le danze tradizionali eseguite dai piccoli. Da brividi l'assolo di tromba, strumento che interveniva dal fondo della sala e che ci ha zittiti tutti. 
Prima raffica di fuochi d'artificio spettacolare, non c'è che dire. Ultimi abbracci, ultime foto con il guerriero piumato e di nuovo a bordo. Come da programma, dobbiamo spostarci presso un altro Istituto scolastico, il "José Maria Morelos", sito in Tlaxcala e inaugurato dai Padri Scolopi nel 1958. Eccellente scuola, tra le migliori dello stato secondo i parametri nazionali. E' diviso in due comprensori: in quello che andiamo a raggiungere, il Campus Chiautempan, studiano i piccoli fino alle superiori; il secondo (Campus Ocotlàn) ci ospiterà tra poco per il pranzo ed è sede di studi superiori. Qui si preparano i ragazzi che puntano ad accedere all'università.
 
Anche a Chiautempan il comitato di ricevimento si distingue. Deliziose le bimbe che espongono cartelli di benvenuto preparati da loro stesse. Anche presso questo istituto, posto all'interno della città, dominano i grandi spazi a disposizione degli studenti e i colori bianco e azzurro, tinte proprie delle scuole Pie del Messico. E anche qui, al riparo di una tensostruttura, la Comunità educante porge la propria testimonianza. Parlano docenti, allievi grandi e piccoli, membri della fraternità e un bravo seminarista. Infine un bel canto dedicato al Calasanzio, composto da un nostro bravo religioso del luogo e VIA!, di nuovo a bordo per raggiungere il Campus di Otoclàn, posto in collina. Interessante notare, lungo il tragitto, come cambi la foggia delle case. Avviene proprio come in Italia, dove capiamo tutti immediatamente che significhi l'espressione "quartieri alti". Le case, a mano a mano che il pullman risale il pendio, si fanno sempre più belle e sempre più blindate. Alla nostra destra si staglia la silhouette di un vulcano dalla forma di cono perfetto. Una vista magnifica, che mi ricorda il nostro vesuvio.
Arrivati. Altro campo di "futbòl" un poco bitorzoluto, ma anche un campo in erba sintetica che luccica come uno smeraldo. Nell'enorme capannone che fa sia da palestra che da auditorium è stato apparecchiato un pranzo sontuoso. Roba da tapparsi le orecchie, tanto sono diventati fragorosi i fuochi d'artificio. Se volevano darci un simpatico schiaffetto, della serie: "E adesso provate a fare come noi, se ne siete capaci", devo ammettere che ci sono riusciti.
 
Tanto per cominciare, i tavoli. Anche a Otoclàn, coe a Puebla, allestimento e menu sono stati affidati a un catering di qualità. Simpatico per tutti noi mescolarci a ospiti di diversa provenienza: membri della Comunità educante, seminaristi, collaboratori e soprattutto signore e signori facenti parte delle Fraternidades calasanziane presenti in Messico. Sono diventati i nostri compagni di viaggio per l'arco dell'intera giornata; tra poco saranno alcuni di loro ad accompagnarci nella visita a Tlaxcala.
 
In secondo luogo, i mariachi. I Mariachi! Un gruppo di dodici elementi: trombe, chitarre, chitarrone e violini. Grandissimi.
 
In terzo luogo la scuola di danze tradizionali dello Stato di Tlaxcala. Dai danzatori più piccoli ai giovani ci vengono raccontati, a passo di danza e attraverso la voce fuori-campo di un narratore, costumi, tradizioni, artigianato e passaggi storici salienti di questo popolo. Bellissimo! Sono steso. A proposito: vorrei stendermi sullo splendido tappeto di polveri multicolori disposto all'ingresso della sala e che rappresenta il simbolo di di questo Capitolo generale. Mi ricorda le infiorate che nelle cittadine dei Castelli Romani si dispongono lungo la strada in occasione del Corpus Domini. E' tutto travolgente. E' tutto così... così... MEXICANO!
 
A proposito di balli. Devo inchinarmi al principe senegalese, signore di questa giornata: p. Martin Badiane, al cui desco avevo l'occasione di sedere in occasione del pranzo. Sapete che è accaduto? A un certo punto, nel corpo di ballo che eseguiva una bella danza tipica del carnevale indigeno, abbiamo notato che a una delle dame mancava il cavaliere. Gli occhi di Martin si sono fatti sottili come quelli di un leone della savana. Meno male che aveva già mangiato! Mi sussurra: "In Senegal balli come questo sono solo un antipastino. Guarda: manca un ballerino". Non faccio in tempo ad annuire che il felino è già partito. La sbranerà, come nei documentari della BBC? No. Martin si mette al fianco della giovane ballerina e attacca a ballare. Meraviglioso: come osserva replica già i passi, con ottima coordinazione. Fantastica anche la coppia, così curiosamente assortita: il gigante e la bambina. 
 
Intanto, presso un altro tavolo, gli ungheresi fremono. Stavolta gli italiani hanno giocato il loro ASSO.  E non c'è storia. 
 
E' l'apoteosi. Applausi e "hola" a non finire. Gli occhi delle altre ballerine baluginano d'invidia per la collega. Non è sempre un male essere la sventurata gazzella.
Si sono fatte le 16. Il tempo è tiranno. Di nuovo a bordo, un poco paonazzi per la tequila, le cinture dei pantaloni allentate di un buco.
Facciamo due buchi.
 
Alle 16.30 raggiungiamo il centro della città, scortati dalle motociclette della "policia" che ci segue premurosa. Ci attende la visita, divisi in tre gruppi.
 
Per la prima volta in vita mia ho visitato una Plaza de Toros. Quella di Tlaxcala è della fine del '700 ed è una delle più antiche e belle. E' dominata dalla torre campanaria dell'adiacente convento francescano, vecchia di cinque secoli. Che spasso: corna dappertutto, naturalmente. Nelle foto di gruppo, nelle "cariche" che i confratelli simulano uno contro l'altro.... Gli allegri Scolopi si esibiscono come matadores o banderilleros. E nessuno che voglia fare il toro, of course.
 
Fuori tutti. Come da programma ci dirigiamo verso la cattedrale. Monumento di una bellezza, di una ricchezza artistica, teologica e culturale e di un valore storico straordinari. Non posso attardarmi, ma vi assicuro che lì c'è tutta la sintesi epica e controversa della vicenda storica della "Conquista" con i suoi protagonisti: i re indigeni, Cortes con i suoi conquistadores e i misioneros francescani.
Il tutto replicato, stavolta in forma laica, nel Palazzo del Governo. Che merita che vi si faccia capolino. Avevo sentito parlare di murales al riguardo e pensavo: "E che saranno mai per dedicarvi una visita?". Povero ignorantello che non sono altro. Un artista locale, il pittore Desiderio Hernàndez (preparatevi:) Xochitiotzin, ha narrato sui muri del cortile interno, coi propri pennelli e con una pazienza infinita - ci ha messo nove anni! - la storia indigena preispanica, le fasi della Conquista e la storia moderna del Messico. Da impazzire. Ho fotografato anche le crepe sui muri.
 
Basta, fine del giro. Sono le 18, ci aspetta un viaggio di due ore e più e io sono ubriaco non di tequila, ma di immagini stupende. Il tablet scotta tra le mani, tanto l'ho adoperato per immortalare dettagli.
 
Sono soddisfatto. Oggi, finalmente, "Messico e nuvole" a volontà.
 
E una sorpresa finale. Vengo presentato a un anziano religioso, p. Raphael, che è sbucato dal nulla e che ci accompagnato per un tratto della visita. Mi spiegano che è originario di Cuba e che, fuggito dall'isola, si è stabilito in Messico tanti anni fa. E' un anziano bellissimo, coi capelli bianchi, gli occhiali cerchiati d'oro e la carnagione del colore dello zucchero di canna. Lo osservo e vengo subito rapito: mi sembra di contemplare la Cuba dei tempi di Trujillo, dei coche dei gringos, dei casinò per i "signori" e della "Revolucion". Gli stringo la mano, ammirato.
Resoconto troppo lungo. Vi chiedo scusa. E vi chiedo scusa anche per i refusi.
 
Vado a sgranocchiare qualche pistacchio. Per favore, non dite in giro che me li mangio a letto.
 
Un abrazo y hasta luego

a

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XLVIII Capitolo Generale - giorno 10

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 frontespizio 10

Caro Gerardo, 

Ti scrivo mentre siamo in viaggio per Txalcala. Oggi è domenica e finalmente ci hanno liberati dalle catene perché possiamo allontanarci per qualche ora dal nostro remo e sgranchire le gambe.
MATTINA 
Inizio come da programma: alle 7.30 tutti in chiesa per concelebrare la s. Messa e recitare le Lodi.
Presiedono i padri spagnoli della Provincia di Betania ( che riunisce Castiglia e Valencia, ex Province).
Anima preghiere e canti un mio antico compagno di seminario, Victor Gil: era già allora un uomo mite e sereno. Questi ultimi anni di full immersion asiatica (opera in Indonesia) lo hanno reso ancora più ieratico.  È proprio un bravo confratello. 
Ci spostiamo in sala da pranzo per la colazione. Le portate sono sempre di dimensioni vertiginose. Qualcuno mi chiede come faccia a reggere per una mattina intera con quattro sorsi di ciofeca in corpo. In realtà sono io  a chiedermi come facciano tutti loro ad aprire la giornata con cipolle stufate e uova strapazzate. Ma non tornano a letto a digerire?
Trascorriamo la mattina in aula capitolare. Si apre una giornata intensissima, alle prese con lo studio e la discussione dei documenti già dirozzati in commissione.
Scorrono fiumi di caffè. Y se abla mucho, muchissimo. Però fa molto bene. Stiamo componendo il manuale d'istruzioni per il buon uso dell 'Ordine delle Scuole Pie per i prossimi anni. Il sommario è lungo ma c'è proprio tutto, com'è giusto che sia. 
Perciò, da scolaro di buona volontà, mi dispongo ad ascoltare e a imparare. 
POMERIGGIO 
Dopo pranzo, insieme con Stefano e Martin facciamo quattro passi. Il sole ci scalda e il bel cielo sopra di noi ci aiuta a sgomberare la testa da tante parole raccolte. Ce ne aspettano parecchie altre , in effetti. 
Alle 15 30 si riattacca. E, come da programma, la quarta e la quinta sessione della giornata vengono dedicate all'intervento - interessantissimo - dei laici invitati al Capitolo, membri del Consiglio direttivo della Fraternità calasanziana. Di che si tratta? Di una forma di adesione al carisma e alla spiritualità propri dell'Ordine, offerta a coloro che, uomini e donne, collaborano con noi religiosi nelle nostre opere e amano lavorare sul cuore di bambini e ragazzi per orientarlo a Dio. 
E non è cosa da poco: "Chi avrà fatto questo a uno di questi piccoli, l'avrà fatto a me".
La giornata volge a chiusura. Ci trasciniamo in cappella per i Vespri e poi a cena. Questa sera niente sorprese: mangiamo in fretta, perché siamo stati avvertiti che la sveglia suonerà molto presto, domattina. 
Ma le buone tradizioni non si tralasciano mai: gli affezionati del cicchetto si spostano al bancone-bar e si concedono una tequila. Concilia il sonno, assicurano. 
E, in effetti, la casa si fa silenziosa assai presto rispetto al solito. 
Domani gli allegri Scolopi in trasferta torneranno a dare il meglio di loro stessi. 
Preparatevi. 
Grazie per la paziente lettura. 
E scusami per i refusi, Gerardo. 
Hasta luego y qué viva México.
A

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XLVIII Capitolo Generale - giorno 09

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frontespizio 09

 

Caro Gerardo, 

la barchetta dei Padri Scolopi sul grande mare del Capitolo ha ripreso a navigare a velocità moderata e senza patire increspature. 
Nel corso dei giorni scorsi, dedicati alle elezioni dei Moschettieri, abbiamo accelerato. Ma, come ti ho raccontato, il mare era liscio e la corsa è stata priva di ostacoli.
 
Tra le righe di questa metafora potete già intuire quale sia il "colore" del nono giorno. E, credo, anche dei giorni che verranno: si procederà in modo piano e tranquillo: niente scogli, niente naufragi, nessuno che cada in mare, nessun SCHETTINO sul ponte di comando. La barchetta ha il suo timoniere e il suo equipaggio, tutti ben addestrati. Da adesso in poi si traccia tutti insieme la rotta di un viaggio che è iniziato 400 anni fa e che ha tanti altri anni di tragitto dinanzi a sé.
 
Mentre ti scrivo ripenso alla pagina del vangelo di Marco (Mc 4, 35-41) proclamata nel corso della Messa di questa mattina (sabato 29 gennaio): l'episodio della tempesta sedata. E riconosco che sono salito, a suo tempo, su di un natante assai piccolo rispetto ad altri colossi, ma che ha una rotta sicura e che sa a quale porto deve approdare. E che è ben governato, secondo criteri di merito e di capacità che apprezzo e condivido fino in fondo.
 
Ti dirò: sono così orgoglioso di essere a bordo che non mi dispiace di fare il mozzo. Anche se il mio sogno è quello di diventare cambusiere. L'avrete capito! E se lo realizzerò, la prima cosa che farò sarà quella di convertire tutto l'Ordine al consumo SOLO ED ESCLUSIVAMENTE del caffè espresso all'italiana. Corsi di perfezionamento fin dal noviziato. Materie: conoscenza e scelta delle miscele, selezione dell'acqua, teoria e pratica della moka, elaborazione della cremina, laboratorio avanzato su macchina professionale, appunti sull'uso scriteriato di zucchero, panna e altre forme di profanazione. Direttore dei corsi (che danno crediti universitari): p. Ugo Barani. Sede: Ovada. Sono previste punizioni corporali in caso di resistenza a un corretto apprendimento.
 
Ma devo tornare serio e parlarvi di lavoro.
 
MATTINA
Alle 7.30 S. Messa celebrata dai fieri padri Catalani. Soffiano sempre i monsoni, a quell'ora. Ci sono panche occupate da pinguini, che si sono riparati in cappella per la notte. Va beh, mi scalda il fatto di rivedere p. Eduard, Provinciale della Catalogna, la cui appendice ha avuto la simpatica idea di infiammarsi dolorosamente proprio nel corso dei primi giorni di Capitolo. Ha dovuto conoscere un bisturi messicano che, per fortuna, si è rivelato abile e l'ha tirato fuori dei guai. Succede anche questo, nei Capitoli generali: che la salute di qualcuno giochi brutti scherzi.
 
Ricordo ancora il Capitolo che si tenne ad Ariccia (Castelli Romani), tanti anni fa  (credo nel '91) e al quale partecipai in veste di schiavo addetto alla segreteria e alla farmacia. Ero il miglior cliente della farmacia di Castel Gandolfo. Avevano comprato una passatoia rossa che una farmacista usciva a srotolare davanti all'ingresso del negozio quando mi vedeva arrivare. Gastroprotettori (chissà perché: che c'entrasse la cambusa, tanto per cambiare?) come caramelle. 
 
A proposito di caramelle. Il p. Provinciale Catalano di allora, l'indimenticabile p. Pallarolas, aveva deciso che, in occasione del suo compleanno - che cadeva proprio in quei giorni - TUTTI e 80 i padri Capitolari dovessero ricevere in dono un chupa chups. Un lecca-lecca. Ho girato le botteghe di mezzo Lazio, entrando a chiedere 80 chupa chups. 80! In clergy-man! Con tanto di colletto romano! Mi guardavano come si può guardare una blatta: che vergogna.
 
Colazione. Meravigliosi i miei confratelli: uova strapazzate, intingoli, fette di pane, bacon, carne con cipolle stufate... Non riuscirò mai ad abituarmi. Intanto io suggo la mia ciofechina in tazza con il mignolo e il sopracciglio sollevati: altra figura da snob. E pure poco virile.
Alle 9.30 in aula. Gli atti consueti (preghiera, lettura e approvazione del verbale delle sessioni del giorno precedente) e poi le indicazioni su modalità e contenuti dei lavori della giornata. La mattina verrà dedicata al lavoro in commissioni: ne sono state costituite 12, una per ogni documento elaborato in occasione del 48° Capitolo. Si tratta di documenti programmatici (la rotta dei prossimi 6 anni), che devono essere rivisti, discussi, limati e infine approvati in Assemblea. Poi si tratterà di farli masticare e digerire a tutti i "marinai" della barchetta.
 
Al lavoro. Ci ritroviamo in 6 nell'aula a noi destinata. Si comunica in spagnolo e in inglese. Ogni tanto provo a buttare nella mischia un poco di italiano. Ci stringiamo come una piccola mandria di buoi muschiati, visto il freddo. Ma pedaliamo. E, alla fine della mattina, il lavoro di sforbiciatura è compiuto.
 
Pranzo: voto 9. Era giorno di cambio dei tavoli. Noi allegri Scolopi, per conoscerci meglio, cambiamo la composizione dei tavoli ogni 7 giorni. Nel corso della prima settimana un religioso che sedeva vicino a me è improvvisamente sparito: il Covid, vigliacchetto, svolazza e si posa dove vuole.
POMERIGGIO
si torna presso l'aula capitolare. Inizia la presentazione in Assemblea delle conclusioni raggiunte nelle commissioni. Ogni relazione sul documento rielaborato è sottoposta al vaglio dei Capitolari. Piovono domande, interventi, scambi: un tempo interessante, tutt'altro che noioso. Se ci entri con concentrazione impari molto sugli uomini, le loro idee, i rispettivi orientamenti: è un'ottima maniera per conoscere i tuoi compagni di navigazione. E per comprendere meglio quale rotta sia in fase di definizione.
 
Un paio di pause per sgranchire le gambe e dibattito fino alle 18.30.
 
Alle 18.45 siede sullo scranno dei relatori p. Félicien Mouendji, religioso camerunense appena eletto Moschettiere: ci racconta delle opere (scuole e parrocchie) inaugurate da poco più di un lustro a Kikonga, diocesi della Repubblica Democratica del Congo che si trova a 120 km da Kinshasa. Il Congo è mostruoso: è grande quasi come tutta l'Europa! E il lavoro dei nostri padri è bellissimo, perché sono bellissimi i bambini. Stupendo sbarco della nostra barchetta.
 
Alle 19.30 si torna in cappella per la recita dei vespri. Segue la cena.
 
E, nel corso della cena, una lieta sorpresa: un gruppo musicale (si chiamano "Dios con nosotros" e indossano la divisa del gruppo, maglietta viola e jeans), formato da una ventina di giovani donne e uomini (e pure un bimbo di 4-5 anni che suona i bastoncini), che ci ha raggiunti con tanto di strumenti musicali e che ci intrattiene con canti calasanziani e melodie tradizionali. Ogni scusa è buona per tirare fuori i bicchieri. Girano bottiglie di eccellente Ratafia catalano. Che serve solo a bagnare il gargarozzo e a prepararlo a ben altri impatti alcoolici. Morale della favola: diversi tra noi, paonazzi e con gli occhi che brillano in modo sospetto, si uniscono ai "vocalist": "Cielito lindo" rompe le vetrate. Sulle note de "La bamba" fa irruzione in sala la Policia, chiamata dai vicini. Non scoppia la rissa solo perché il p. Generale si mette in mezzo e garantisce per tutti. Le bottiglie, nel frattempo, sono state nascoste nei tamburi della batteria.
Un'apoteosi di allegria, applausi, si fraternizza. Il solito ungherese ha acchiappato una fanciulla e accenna passi di danza: noi italiani lo circondiamo. Si gonfiano i petti e le carotidi: stavolta si mette in mezzo la chef, che ci calma con un gelato.
 
La cena finisce, per fortuna: la temperatura in sala da pranzo è troppo alta. Le bottiglie, nel frattempo, hanno misteriosamente viaggiato: ricompaiono infatti sul bancone-bar al centro della hall. La serata ad alta gradazione alcoolica è destinata a proseguire e NULLA o NESSUNO riuscirà a fermarla.
 
Raggiungo la camera. Mentre mi preparo al sonno canticchio il refrain di Cielito lindo. Dal corridoio proviene l'eco di un coro travolgente di voci maschili. NON CREDO che stiano cantando "Cielito lindo". Censuro a vostro beneficio. Silenzio, finalmente, alle 23.30. Mi hanno detto che qualcuno è stato rimosso questa mattina all'alba, ancora riverso sul bancone. 
 
Intanto si alza il sole su un altro giorno.
Ehi, per favore, non siete tenuti a credere proprio a TUTTO! Devo confessarvi, infatti, che ho "gonfiato" un po'. Concedetemelo.
Hasta luego
a

Pubblicato in XLVIII CAPITOLO

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